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LAVORO E SOSTEGNO AL REDDITO

La relazione IRES 2023 e il rapporto annuale della Banca d’Italia affermano che, passata la pandemia, il 2022 è stato un anno moderatamente positivo per l’economia piemontese, che è cresciuta, ma a tassi più contenuti rispetto all’anno precedente. All’indebolimento hanno contribuito in misura rilevante la crisi energetica e il rialzo dei prezzi che ne è derivato.

Nonostante questa crescita Il Piemonte guarda al 2024 con la necessità di affrontare nodi strutturali che, anche a causa di una maggioranza e di una giunta inadeguati, non sono stati affrontati e che oggi però non possono essere ignorati.

In realtà da tempo è in corso un declino, perché il Piemonte si caratterizza per una grande difficoltà a rimanere nel novero nelle zone più sviluppate del nostro Paese. Lo dimostrano tutti gli indici più importanti che si possono analizzare:

  1. è al 9° posto delle regioni italiane, in quanto a PIL pro capite nel 2021 (fonte: ISREG,  Sistema degli Indicatori Sociali Regionali e Provinciali dell’IRES Piemonte) ;
  2. è al 12° posto per  reddito netto familiare nel 2021 (fonte: Istat);
  3. è la 4 regione italiana nel 2022 per saldo negativo tra imprese che nascono e imprese che cessano l’attività (percentuale  nuove imprese iscritte meno imprese cessate sul totale delle imprese registrate nell’anno precedente) (fonte: ISREG);
  4. è tra le regioni dove la mortalità per infortuni sul lavoro è più alta e i controlli minori (fonte: articolo Corriere di Torino del 4 gennaio 2024 – Osservatorio Vega su dati INAIL): 76 morti nel 2023;
  5. è la 13esima Regione per numero di laureati (popolazione in età 30-34 anni che ha conseguito un titolo di studio universitario in percentuale sulla popolazione nella stessa classe di età ) (fonte: ISREG)
  6. è la 12esima regione tasso di occupazione dei laureati (20-34enni non più in istruzione/formazione con un titolo di studio terziario conseguito da 1 a 3 anni prima in Italia per 100 laureati) (fonte: ISREG).
  7. è la 6 regione per abbandono scolastico. Fanno meglio di noi tutte le regioni del nord (tranne la Val D’Aosta), del centro (tranne la Sardegna) e anche alcune del sud (Basilicata, Calabria, Abruzzo, Molise) (Fonte: Openpolis – Fondazione con i bambini).

Secondo Ires, in termini di occupazione, il confronto dei dati piemontesi con quelli delle regioni benchmark del Nord mostra una dinamica relativamente meno favorevole. 

Negli ultimi dodici mesi la crescita dell’occupazione in Piemonte è stata più contenuta di quella registrata in Veneto (+3%), Lombardia (+2%) e anche della media nazionale (+2,4%), determinando un gap negativo rispetto al 2019 pari a circa 28.000 occupati in meno (-1,5%), mentre lo stesso ritardo risulta essere di pochi decimali oltre il Ticino e nullo in Italia. 

La ragione del solo parziale recupero è da attribuire principalmente al saldo negativo registrato anche nel 2022 nell’industria (-4,4% rispetto al 2021), che porta l’arretramento rispetto al 2019 al 6,4%, non compensato dalla crescita dell’edilizia (+21%).

Nel frattempo, nel 2022 è proseguito il calo della popolazione piemontese (-15.600 residenti) mentre ormai un quarto dei residenti ha già compiuto o oltrepassato i 65 anni. L’invecchiamento inevitabilmente riguarda anche le forze lavoro: nel decennio compreso tra il 2011 e il 2020 la quota di occupati in vista del pensionamento è quasi raddoppiata (dal 4,8% al 9,1%) sottolineando l’impellenza di gestire il turnover. Questo fenomeno spiega l’aumento dei posti vacanti negli organici e la maggiore difficoltà di reperimento del personale segnalata dalle imprese e dalla pubblica amministrazione, mentre tra gli indipendenti si pone il problema del ricambio degli imprenditori. 

Una questione centrale riguarda il settore dell’automotive, che nella nostra regione incide notevolmente sul complesso del manifatturiero e si trova ad affrontare una complessa e incerta transizione verso l’elettrificazione dei propulsori e la digitalizzazione dei veicoli e delle infrastrutture. 

Tutto questo, in un contesto caratterizzato dal fatto che:

  • il lavoro dipendente in Piemonte è peggio retribuito rispetto alle altre regioni del Nord;
  • la recente impennata dell’inflazione e le misure assunte per contenerla non sono  state affatto neutrali nella distribuzione del reddito. Al contrario, mentre le imprese manifatturiere sono riuscite, nella stragrande maggioranza dei casi, a scaricare l’aumento dei costi sui prezzi finali, i titolari di stipendi e salari sono stati penalizzati e hanno visto una importante riduzione del loro reddito reale.

All’interno della regione vi sono situazioni differenti, sia perché la distribuzione del reddito (come in tutto il Paese) è assai diseguale, sia all’interno di aree territoriali diverse.

Dagli anni duemila a oggi il Piemonte ha mostrato un divario negativo di crescita sia nel confronto con le altre regioni del Nord sia rispetto alla media italiana. A tale divario ha contribuito in misura rilevante la città metropolitana di Torino, dove la dinamica del prodotto è stata peggiore rispetto sia alla media del resto della regione sia a quella delle altre città metropolitane del settentrione.  

Era così ancor prima che emergessero le grandi difficoltà del settore dell’auto. Settore che, con la sua componentistica, appare determinante per le sorti dell’economia torinese e più in generale dell’intera regione.

In particolare, destano preoccupazione le scelte di Stellantis, che – fino alle più recenti dichiarazioni seguite a una forte mobilitazione della città e dei lavoratori – non sembrava voler investire in Italia, e in particolare a Torino. Negli ultimi tre anni Stellantis ha accompagnato alla porta, con cospicui incentivi all’esodo, oltre 10.000 propri dipendenti e non accenna a invertire la rotta. A ottobre tutti gli impiegati e i quadri italiani over 35 hanno ricevuto un ulteriore invito a costruire il loro futuro fuori dall’azienda, con incentivi fino a 120.000 euro.

Intanto, la produzione di auto in Italia cala: da quasi un milione e mezzo di veicoli prodotti nel 1999 siamo scesi a 473 mila nel 2022.

Anche il mercato italiano delle auto elettriche continua a calare, mentre in Europa cresce: nel 2022 le immatricolazioni di auto elettriche in Italia sono scese del -27,1% (quota di mercato al 3,7%), mentre in tutti gli altri grandi Paesi europei ha registrato una robusta crescita: in Germania +32,3%, nel Regno Unito +40,1%, in Francia +25,3%, in Spagna +30,6%.

Stellantis promette di tornare a produrre un milione di veicoli in Italia, ma solo in parte e da poco ha cominciato a dire con quali modelli, in che stabilimenti e – soprattutto – continua a non chiarire con quali lavoratori e lavoratrici: considerando che l’età media dei dipendenti di Mirafiori è di 56 anni, l’assenza di piani di assunzione significa assenza di futuro, anche per tutte le lavoratrici e i lavoratori dell’indotto. Da questo punto di vista, la crisi della Lear a Grugliasco rischia di essere solo la prima di una lunga serie.

I piani di Stellantis per Torino, quelli realizzati come l’hub di economia circolare e quelli solo promessi come il “Green Campus” non prevedono nemmeno una nuova assunzione, ma soltanto lo spostamento del personale attuale.

Quello che invece sappiamo con certezza che la Panda verrà prodotta in Serbia e che Stellantis ha invitato le aziende produttrici di componentistica piemontese a trasferirsi in Algeria, dove sta aprendo un nuovo enorme stabilimento ed in Asia.

Stiamo parlando di una multinazionale che nel nostro Paese continua a ricorrere alla cassa integrazione nonostante gli utili siano alle stelle: 16,8 miliardi di Euro di profitti nel 2022, in aumento del 26% rispetto all’anno precedente, con utili distribuiti agli azionisti per 4,2 miliardi e neanche un euro di tasse sugli stessi versato in Italia.

Se l’Italia, e Torino in particolare, non fossero più caratterizzati da una presenza importante dell’industria dell’auto e della mobilità sostenibile, il prezzo in termini di sviluppo e di buona occupazione sarebbe altissimo ed il nostro Paese continuerebbe un percorso, già avviato, verso un declino industriale e tecnologico particolarmente preoccupante anche per i suoi risvolti sociali.

Le politiche di Stellantis si inseriscono in un momento delicato per il settore dell’automotive, chiamato a trasformarsi in maniera importante per rispondere alla sfida della transizione all’elettrico. Sfida che deve vedere un impegno diretto e costante da parte delle Istituzioni locali, in primo luogo della Regione.  Anche perché, allo stato attuale le nuove opportunità di produzione che la transizione all’elettrico, non sembra vedere le imprese piemontesi in prima fila. In particolare, secondo lo studio redatto dall’”Osservatorio sulle trasformazioni dell’ecosistema automotive italiano 2022”, promosso dall’Università di Ca’ Foscari “Per quanto riguarda i produttori inerenti all’infrastruttura per la ricarica elettrica, più di un terzo delle imprese è localizzata in Lombardia (37%) e rappresenta il 78,9% del fatturato. La presenza di queste imprese in Piemonte e Veneto risulta essere relativamente modesta e, altresì, poco consistente.”

LE NOSTRE PROPOSTE

  1. L’azione della Regione dovrà essere concentrata su alcuni assi prioritari: l’equità sociale, la transizione ecologica, la sostenibilità.

2. Gran parte delle risorse pubbliche (ivi compresi finanziamenti europei) e private (ivi comprese le fondazioni) dovranno essere indirizzate nelle direzioni indicate. In questa prospettiva, anche il ruolo di Finpiemonte dovrà presumibilmente tendere verso gli obiettivi individuati.

3. La Regione dovrà assumere come priorità assoluta, azioni di politica industriale che abbiano come obiettivi: il rilancio della città metropolitana di Torino; la difesa e lo sviluppo dell’industria, in particolare dell’automotive e della mobilità sostenibile. Per fare questo, occorrerà trovare le forme e i modi per un’azione congiunta con le forze sociali, delle categorie economiche e del sapere, promuovendo forme di coordinamento permanente per concordare le misure di accompagnamento dell’automotive verso l’elettrico e gli interventi necessari allo scopo di attrarre nuovi produttori di autoveicoli, valorizzando l’indotto presente nel territorio, anche con un’interlocuzione con il Governo allo scopo di ottenere strumenti straordinari per la difesa ed il rilancio dell’industria, con particolare riferimento alla città metropolitana di Torino come elemento centrale per lo sviluppo dell’intera regione. Il primo obiettivo che si dovrà avere è la difesa e il rilancio dello stabilimento di Mirafiori, rivendicando la necessità di nuove assunzioni e l’assegnazione di altri modelli. Infine, l’industria della mobilità sostenibile potrebbe non essere limitata alla sola produzione di autovetture. Ad esempio, va presa in in considerazione anche la possibilità di proporre la produzione di autobus (a Foggia IVECO ne produrrà, a regime, 1000 l’anno, non sufficienti a coprire il fabbisogno italiano di rinnovo del parco mezzi, pari a circa 3-4000 annui anche perchè il parco vetture è particolarmente vetusto)

4. Un grande piano per lo sviluppo delle energie rinnovabili;

5. Misure straordinarie per il recupero ed il risparmio di acqua;

6. Un piano per il turismo eco-sostenibile da sviluppare sfruttando la dorsale di VENTO.

Prevenire gli infortuni con azioni e provvedimenti per garantire la sicurezza.

Dai dati INAIL nel 2022 sono stati denunciati all’Inail 703.432 infortuni sul lavoro, circa 139mila in più rispetto agli oltre 564mila del 2021 (+24,6%). Al netto dei contagi da Covid-19, nel 2022 le denunce di infortunio “tradizionale” registrano un incremento di oltre il 13% rispetto al 2021.

Gli infortuni mortali accertati sul lavoro sono stati 606, in calo del 21,7% rispetto ai 774 dell’anno precedente. Quelli avvenuti “fuori dell’azienda” sono 365, pari a circa il 60% del totale (45 casi sono ancora in istruttoria). Gli incidenti plurimi, che hanno causato la morte di più lavoratori, nel 2022 sono stati 19 per un totale di 46 decessi, 44 dei quali stradali. Sappiamo che si tratta di dati sottostimati, dato che molti lavoratori e lavoratrici, con contratti precari, soprattutto nel caso di infortuni meno gravi, tendono a non denunciare l’accaduto.

Da questi dati emerge una situazione insostenibile a fronte della quale manca da parte del Governo e anche della Regione Piemonte un serio investimento nelle azioni di prevenzione. 

Le nostre proposte

Occorre mettere in atto una meticolosa attività di controllo nei confronti delle aziende in particolare quelle piccole dove sono più frequenti gli incidenti anche mortali per inosservanza delle più elementari norme relative alla sicurezza.

Servono investimenti e risorse  più adeguati per il Dipartimento di Prevenzione è soprattutto è necessario  potenziare i servizi delle ASL per la Prevenzione e la Sicurezza degli Ambienti di lavoro ( SPreSAL) per lo svolgimento della loro attività di vigilanza, al fine di consentire  costanti ed efficaci interventi mirati alla prevenzione degli infortuni soprattutto nei settori più a rischio, quali l’edilizia e l’agricoltura.

La sicurezza nei posti di lavoro non deve essere un optional, ma deve essere considerata imprescindibile in qualsiasi attività lavorativa per tutelare la salute e la vita dei lavoratori.

Serve investire in progetti di cultura sulla sicurezza, coinvolgendo aziende e parti sociali al fine di far crescere la consapevolezza su un tema considerato spesso come accessorio in tanti settori lavorativi.

Investire in sicurezza significa rendere il lavoro sicuro.

A questo scopo sarà fondamentale una costante attività di monitoraggio che potrà essere svolta se la politica regionale metterà questo problema al centro della sua azione politica.

Il Piemonte è la regione con più persone in povertà relativa del Nord Italia. Secondo i dati Istat sono l’11,7% le persone che a livello regionale hanno una capacità di spesa inferiore ai consumi medi italiani.

Il Piemonte è in testa nella classifica delle Regioni del Nord Italia: supera infatti non solo la media del Nord pari al’ 8,6% , ma tutte le regioni settentrionali (Valle D’Aosta, Liguria, Lombardia, Trentino, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna). 

Per quanto riguarda la media nazionale (14%), la regione Piemonte rimane al di sotto di 2 punti.

Per quanto riguarda Torino dal  rapporto Caritas del 2023 emerge che nell’intera Diocesi di Torino si sono rivolte all’Associazione 70 mila persone.

I dati indicati sono la dimostrazione di come la povertà sia uno dei problemi principali su cui la politica dovrà porre la massima attenzione.  Sarà necessario mettere in campo risorse e progetti per ridimensionare un fenomeno sempre più crescente che riguarda non solo il variegato mondo dell’emarginazione, di chi non ha o ha perso un lavoro, ma anche di chi il lavoro c’è l’ha ma non non riesce ugualmente a sostenere il costo della vita.

La crisi economica e le difficoltà della vita sociale necessitano di un nuovo sistema di welfare regionale adeguato a rispondere ai nuovi e vecchi bisogni di migliaia di persone.

Il contrasto alla povertà è un’azione di civiltà in una città e in una regione che possiedono mezzi e risorse per contrastare un fenomeno che costringe tante famiglie e singole persone a un’esistenza molto difficile. 

Dovranno essere messe in campo iniziative adeguate a restituire dignità a chi oggi vive in condizioni di estremo disagio, a chi non possiede una dimora e non ha i mezzi per affrontare i problemi della quotidianità, a chi è costretto quotidianamente a fare lunghe code per pranzare.

Le nostre proposte per mettere in atto un’efficace lotta alla povertà, all’emarginazione e per dare risposte ai bisogni primari.

  • Costituire un fondo regionale da gestire in maniera coordinata con le altre istituzioni, associazioni del privato sociale e del volontariato, per creare servizi, per fornire aiuti economici e mezzi utili per ridurre i disagi della vita sociale. Un progetto da attuare anche con il coinvolgimento diretto delle persone, per organizzare e gestire servizi come le mense, le pulizie dei locali, per  coinvolgere le persone in attività sociali.
  • Attivare centri di ascolto e luoghi di socializzazione dove trascorrere momenti di ricreazione. Le azioni indicate sarebbero importanti per arginare l’emarginazione e la solitudine che caratterizzano la vita di chi non ha i mezzi indispensabili per condurre una vita dignitosa.
  • Un reddito regionale per chi ha perso il lavoro ed è privo di ammortizzatori sociali e dei contributi necessari per il raggiungimento dell’età pensionabile.

La cancellazione del reddito di cittadinanza a opera del Governo Meloni ha reso ancora più grave la condizioni di disagio economico per migliaia di persone. Il reddito di inclusione introdotto dal Governo prevede una retribuzione molto più bassa del reddito di cittadinanza e requisiti particolari, che escluderanno migliaia di persone dalla possibilità di poterne usufruire. Si tratta di una misura destinata ai nuclei familiari con almeno un componente con disabilità o minorenne o con almeno  sessant’anni. Da ciò si evince che siamo di fronte a un provvedimento più esclusivo che inclusivo.

Per questo occorre prevedere una dimensione regionale di un reddito di sostegno destinato ad una particolare categoria di persone : lavoratori che hanno perso il lavoro, non hanno più diritto ad ammortizzatori sociali e a cui  mancano pochi anni di contributi per il raggiungimento dell’età pensionabile.

A questo scopo potrebbe essere utile impegnare i lavoratori che rientrano in questa casistica in corsi di formazione e in attività di lavori socialmente utili finalizzati all’ottenimento dei contributi mancanti per ottenere la pensione.